Le Unioni di Comuni in Puglia esistono già, e l'intuizione di chi le ha volute era giusta: da soli, i comuni piccoli non reggono i servizi che servono alle persone.
Il difetto non è nell'idea, è nel disegno. Sono state costruite leggendo male la geografia: comuni messi insieme per vicinanza politica invece che per distanza reale, unioni troppo piccole per sostenere un ospedale o una linea di trasporto, e altre così larghe da tornare irraggiungibili.
E c'è una cosa che nel 2009 non potevamo vedere: il territorio si è aggregato lo stesso, ma in altre forme. Oggi lo stesso comune appartiene a cinque o sei geografie diverse, ciascuna con i suoi confini. Patù, per fare un esempio verificabile, sta insieme:
- all'Unione dei Comuni Terra di Leuca, che ha attivato il minibus a chiamata;
- all'ARO 8, che raccoglie i rifiuti con altri otto comuni;
- al GAL Capo Santa Maria di Leuca, che con ventidue comuni programma lo sviluppo rurale e turistico;
- a un Ambito territoriale sociale, che gestisce i servizi alla persona;
- a un distretto socio-sanitario della ASL.
Cinque perimetri, cinque tavoli, cinque elenchi di comuni che non coincidono. Il problema di oggi non è che manchi l'aggregazione: è che ce ne sono cinque e nessuna le tiene insieme.
E non tutte queste forme lavorano allo stesso modo. In certi territori è l'Unione ad aver fatto le cose; in altri è un GAL, o un ARO, o un Ambito, mentre l'Unione è rimasta sulla carta. Non è una gara fra forme giuridiche da vincere una volta per tutte: si guarda territorio per territorio, e si potenzia chi lì sta lavorando meglio. Se funziona l'Unione si rafforza l'Unione; se funziona il GAL si rafforza il GAL.
Perciò il piano, oggi, chiede una cosa diversa da quella che chiedeva nel 2009: non «rifate le Unioni», ma date potere a chi ha dimostrato di saper fare. Il riordino parte dallo studio della fase 1.1 e da una domanda sola: «qui, chi ha già prodotto valore?» A quell'ente si assegnano competenze e risorse, qualunque veste giuridica abbia.
Una parola sola, per non appesantire. Da qui in avanti questo piano continua a dire «l'Unione», perché nella maggior parte dei casi lo è davvero ed è il nome che le persone riconoscono. Ma vale per l'ente che in quel territorio governa l'area, qualunque forma abbia: dove a fare le cose è stato un GAL, un ARO o un Ambito, tutto quello che segue vale per lui.
E il valore non lo dicono i numeri. I numeri sono quasi sempre buoni: fondi impegnati, percentuali di spesa, opere rendicontate. Ma sono numeri sulla carta, e misurano se una procedura è stata chiusa, non se un territorio è cambiato. Il riscontro vero è più semplice da vedere e più difficile da fabbricare: quel servizio le persone lo usano? esiste ancora dopo che il finanziamento è finito? chi ci vive sa dire che cosa è cambiato?
La prova che i numeri non bastano si legge nella fase 2.3: la Masseria Tagliatelle, restaurata benissimo e consegnata nel 2017, aveva tutti i numeri a posto, e per sei anni non è servita a nessuno.
E lo stesso vale per gli enti: esistere non basta. Sul territorio ce ne sono che hanno competenze e risorse da decenni senza che nessuno sappia dire che cosa abbiano cambiato, e altri che le persone non saprebbero nemmeno nominare. Non è a loro che si danno altre competenze, e non serve fare nomi: si guarda chi ha prodotto, e si parte da lì.
Va tenuto presente anche che le forme cambiano. Strumenti che sembravano il futuro sono stati assorbiti da altri nel giro di una programmazione: congelare oggi un elenco di enti sarebbe ripetere l'errore del 2009, quando scrivemmo «Unioni di Comuni» perché erano la novità del momento.
Perciò l'elenco di chi merita potere non si costruisce leggendo un registro: si costruisce chiedendolo a chi il territorio lo abita. È esattamente il lavoro della fase 1.1, ed è la ragione per cui viene prima di tutto il resto.
E te lo stiamo chiedendo sul serio. Nel tuo territorio quale ente ha fatto le cose? Un'Unione, un GAL, un consorzio, un'associazione, un ambito: scrivilo nella discussione qui sotto, con che cosa ha realizzato. Quello che arriva viene valutato e, se regge, entra nel piano. Questo elenco non è chiuso, ed è giusto che a completarlo sia chi vive quei posti.
Restano le tre misure su cui costruire i perimetri: le distanze in chilometri, il numero complessivo di abitanti e le caratteristiche del comune capofila.
Sulla dimensione, però, cambia una cosa: si indica un minimo, non un massimo. Nel 2009 scrivevamo «fra i venticinquemila e i quarantamila abitanti». Il minimo serve, ed è la ragione di tutto: sotto una certa soglia un servizio non si sostiene. Il massimo invece è stato smentito dai fatti: il trasporto a chiamata di Terra di Leuca serve sedici comuni e centoventicinquemila abitanti, e funziona; il GAL Capo Santa Maria di Leuca ne mette insieme ventidue. Un tetto rigido escluderebbe proprio le esperienze che stanno riuscendo.
È la condizione perché i comuni smettano di essere dieci amministrazioni che si dividono le stesse cose, e comincino a comportarsi come un territorio solo.
Testo originale del 2009, rivisto e integrato in agosto 2026.
Come lo scrivevamo prima
Questo capitolo è stato riscritto. Qui sotto resta il testo che aveva prima: si legge per vedere come l'idea è cambiata, e quando.
2009 Il testo del 2009
Testo originale del piano, scritto nel 2009. La stesura del 2026 ne conserva tutti i concetti e ne rivede la forma.
La strategia attuata da alcune passate amministrazioni che ha favorito la formazione delle Unioni di Comuni è stata una scelta lungimirante, anche se al momento, a causa di una errata lettura della geografia politico-territoriale, gli effetti desiderati non sono stati del tutto raggiunti.
Quindi, ora, attraverso lo studio proposto nel punto 1.1, si vede l’esigenza di riassettare le Unioni, in maniera omogenea, rispettando le peculiarità strategiche in funzione alle distanze chilometriche, al numero complessivo di abitanti ed alle caratteristiche del territorio del comune capofila, affinchè i comuni che compongono le varie unioni possano interagire tra di essi sfruttando al 100% le loro potenzialità. Per far si che l’unione possa organizzarsi, si consiglia un numero di abitanti da un minimo di 25.000, ad un massimo di 40.000.
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